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Cancro al seno triplo negativo, carboplatino utile nella chemioneoadiuvante


Il carboplatino dovrebbe essere considerato come un potenziale componente della chemioterapia neoadiuvante per le donne che hanno un carcinoma mammario triplo negativo ad alto rischio, indipendentemente dallo stato mutazionale dei geni BRCA 1/2. A suggerirlo sono i risultati dello studio multicentrico internazionale BrighTNess, da poco pubblicato su The Lancet Oncology.



Il carboplatino dovrebbe essere considerato come un potenziale componente della chemioterapia neoadiuvante per le donne che hanno un carcinoma mammario triplo negativo ad alto rischio, indipendentemente dallo stato mutazionale dei geni BRCA 1/2. A suggerirlo sono i risultati dello studio multicentrico internazionale BrighTNess, da poco pubblicato su The Lancet Oncology.

"Lo studio BrighTNess ha confermato l'importanza di aggiungere il carboplatino a paclitaxel nel carcinoma mammario triplo negativo, indipendentemente dalla presenza o meno di una mutazione germinale di BRCA 1/2” ha dichiarato la prima firmataria dello studio, Sibylle Loibl del German Breast Group di Neu-Isenburg.

BrighTNess è un trial di fase III randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, al quale hanno preso parte 145 centri di 15 Paesi e che ha coinvolto 634 donne con un carcinoma mammario triplo negativo in stadio II-III, non trattate in precedenza e candidate per una chirurgia pontenzialmente curativa.

Le partecipanti avevano un performance status ECOG pari a 0 o 1, un'età mediana di 50 anni, il 15% era potatrice di mutazioni deleterie di BRCA 1/2, il 72% aveva un tumore T2 e il 42% presentava linfonodi positivi.

La Loibl e i colleghi hanno assegnato casualmente le pazienti in rapporto 2: 1: 1 al trattamento per 12 settimane con uno dei seguenti tre regimi: paclitaxel (80 mg/m2 ev settimanale per 12 volte) più carboplatino (AUC 6 mg/ml/min, ev ogni 3 settimane, per 4 cicli) più l’inibitore di PARP veliparib (50 mg per via orale due volte al giorno); paclitaxel più carboplatino più un placebo; il solo paclitaxel più un placebo.

In seguito, tutte le partecipanti sono state trattate con doxorubicina e ciclofosfamide ogni 2-4 settimane per 4 cicli.

Complessivamente, il 49% delle pazienti ha raggiunto una risposta patologica completa nei campioni di mammella e nei linfonodi resecati.

La percentuale di risposta completa è risultata superiore nel gruppo trattato con paclitaxel, carboplatino e veliparib rispetto a quello trattato con il solo paclitaxel (53% contro 31%; P < 0,0001), ma il regime più efficace si è rivelato quello a base di paclitaxel più carboplatino (58%; P = 0,36).

Tuttavia, le tossicità di grado 3 o 4 e gli eventi avversi gravi sono risultati più frequenti nelle pazienti trattate con carboplatino, mentre veliparib non ha aumentato la tossicità in modo sostanziale.

Ciononostante, scrivono gli autori nelle conclusioni, “le tossicità aggiuntive correlate all’aggiunta del carboplatino (con o senza veliparib) a paclitaxel sono risultate gestibili e non hanno influito in modo sostanziale con la somministrazione del trattamento”.

Complessivamente, gli eventi avversi di grado 3 o 4 più comuni nelle prime 12 settimane di trattamento sono stati neutropenia (56%), anemia (29%) e trombocitopenia (12%), mentre la neutropenia febbrile è stata l’evento avverso più comune (15%) durante il trattamento con doxorubicina e ciclofosfamide.

"Dati i risultati coerenti con quelli di studi precedenti, l'aggiunta di carboplatino sembra avere un profilo rischio-beneficio favorevole e potrebbe essere considerata come un potenziale componente della chemioterapia neoadiuvante per le pazienti con carcinoma mammario ad alto rischio e triplo negativo" concludono Loibl e i colleghi.

"È sorprendente che i risultati non supportino l'aggiunta dell'inibitore di PARP veliparib, al dosaggio e con la schedula utilizzati in questo studio" commenta Giuseppe Curgliano, dell'Università di Milano, autore di un editoriale di commento.

"Dal punto di vista della medicina personalizzata, i prossimi studi su pazienti con carcinoma mammario triplo negativo dovranno individuare terapie differenziate in base ai diversi sottogruppi molecolari definiti per questa patologia, che sono altamente eterogenei" sottolinea l’esperto.

"Il sottotipo basal-like (BL1 e BL2) - che è più frequente nelle pazienti con carcinoma mammario triplo negativo di grado superiore, più responsivo alle chemioterapie, e si sviluppa frequentemente in presenza di funzioni di segnalazione e riparazione del DNA aberranti - è quello per cui l'integrazione degli inibitori di PARP nella terapia potrebbe rappresentare un valore aggiunto" spiega Curigliano

"Ciò che è ancora non si sa" osserva, infine, l’editorialista "è se l'aggiunta di un potente inibitore di PARP alla monoterapia con platino nel setting neoadiuvante possa aumentare la percentuale di pazienti che raggiungono una risposta patologica completa, o quale schedula e dose ottimali dovrebbero essere utilizzate nei prossimi studi in cui si valuteranno questi agenti".

S. Loibl, et al. Addition of the PARP inhibitor veliparib plus carboplatin or carboplatin alone to standard neoadjuvant chemotherapy in triple-negative breast cancer (BrighTNess): a randomised, phase 3 trial. Lancet Oncol. 2018; doi: https://doi.org/10.1016/S1470-2045(18)30111-6

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