Test OncotypeDX per scelta chemioterapia tumore della mammella

Il tumore al seno è una malattia potenzialmente grave se non è individuata e curata per tempo. È dovuto alla moltiplicazione incontrollata di alcune cellule della ghiandola mammaria che si trasformano in cellule maligne.
Se l’ esame fondamentale per la diagnosi della malattia è la mammografia, una radiografia dei tessuti interni della mammella, che permette di evidenziare la presenza di un nodulo, ancora prima che possa essere ‘palpabile’, la chirurgia è il trattamento proposto alla maggior parte delle pazienti per l’asportazione del tumore. Di solito, nella stessa sede il chirurgo asporta anche alcuni linfonodi ascellari per esaminarli al microscopio e verificare se vi siano presenti cellule tumorali.
Molto utilizzata anche la radioterapia (detta anche terapia radiante) che utilizza radiazioni ionizzanti ad alta frequenza per distruggere le cellule neoplastiche. Le radiazioni possono essere erogate da una macchina esterna (radioterapia a fasci esterni) oppure da sostanze radioattive (radioisotopi) impiantati all’interno del tessuto da trattare (radioterapia interna o brachiterapia).
La radioterapia è indicata come trattamento complementare alla chirurgia conservativa allo scopo di sterilizzare i tessuti mammari residui, ma in presenza di determinate condizioni può esserlo anche dopo una mastectomia.
Ancora molto utilizzata è anche la chemioterapia, la modalità terapeutica che distrugge le cellule tumorali attraverso la somministrazione di farmaci, che vengono iniettati per via endovenosa oppure possono essere assunti per bocca in forma di compresse. Può essere utilizzata prima della chirurgia  (chemioterapia neoadiuvante) con l’intento di ridurre le dimensioni del tumore e consentire un intervento conservativo oppure dopo la chirurgia (chemioterapia adiuvante) con intento precauzionale quando le caratteristiche del tumore indicano un rischio di diffusione per via ematica.
Eppure, a quanto pare, la chemioterapia può essere evitata nel 70% dei casi di tumore del seno iniziale, con un test basato su 21 geni: a dirlo uno studio americano ‘Tailorx’, condotto su 10.273 donne con la forma più comune della malattia, ossia con recettori ormonali postivi e Her2-negativo.
Lo studio, il più grande mai condotto sulle terapie per il cancro al seno, dimostra che un corposo gruppo di pazienti non ha bisogno della chemio dopo l’intervento chirurgico: non è stato infatti rilevato alcun miglioramento in termini di sopravvivenza libera dalla malattia quando la chemio era aggiunta all’ormonoterapia.
Il test misura, con un punteggio da 1 a 100 sulla base dell’espressione di 21 geni, il rischio di recidiva a 10 anni e individua quali pazienti possono trarre beneficio dalla chemio.
Delle oltre 10mila donne sottoposte al test OncotypeDX, oltre 6mila hanno avuto un punteggio intermedio (11-25) e sono state quindi assegnate a ricevere chemioterapia e terapia ormonale o solo ormoterapia.
Più nello specifico, dopo una media di 7,5 anni di follow up i due tipi di trattamento sono risultati equivalenti: le pazienti che hanno ricevuto anche la chemioterapia non hanno ottenuto alcun vantaggio in termini di sopravvivenza libera da malattia, sviluppo di metastasi a distanza e sopravvivenza globale. In altri termini, in generale non c’è vantaggio nell’aggiungere la chemio.
«Questo significa che possiamo limitare la chemio al 30% delle donne per le quali già possiamo prevedere che ne trarranno beneficio», spiega l’autore principale dello studio, Joseph A. Sparano, direttore della Clinical Research dell’Albert Einstein Cancer Center and Montefiore Health System di New York.
Le donne ad alto rischio di recidiva, invece, secondo i dati raccolti dagli scienziati, hanno mostrato un tasso di ricaduta a distanza del 13% nonostante la cura combinata con chemio e ormonoterapia. E questo risultato, spiegano gli autori, mette in evidenza la necessità di sviluppare cure specifiche per questo gruppo di donne.
“Ogni donna con tumore iniziale al seno dai 75 anni in giù – precisa Sparano – dovrebbe dunque avere la possibilità di sottoporsi al test e discutere con il medico riguardo all’opportunità della chemioterapia dopo l’intervento”.
Secondo gli autori della ricerca la chemio è inoltre inutile nelle pazienti over-50 con punteggio 0-25 e le pazienti con meno di 50 anni e punteggio 0-15.
«Questi dati – ha aggiunto Harold Burstein, esperto Asco – forniscono l’evidenza a dottori e pazienti che possono usare informazioni genomiche per decidere al meglio sui trattamenti nelle donne ai primi stadi del cancro. Significa che migliaia di donne potranno evitare la chemio con tutti i suoi effetti collaterali pur mantenendo eccellenti risultati a lungo termine».

Zucchero e cancro

Il ruolo dello zucchero nel cancro.

Recentemente ho letto molti articoli che ormai danno per certa una correlazione tra abuso di zuccheri e tumore.
Il biologo tedesco Otto Heinrich Warburg ( insignito del Nobel per la medicina) ha scoperto che il metabolismo dei tumori maligni dipende molto dal consumo di zucchero. Lo zucchero e in generale le farine bianche una volta ingerite fanno rapidamente salite il tasso di glucosio nel sangue e più questo sale e maggiore è il cosiddetto “indice glicemico”, richiedendo la produzione di insulina per permettere la scissione e l’utilizzo da parte delle cellule.
Oltre all’insulina viene rilasciata anche un'altra molecola detta IGF (INsulin-LIKE Growt Factor-I ) che ha la proprietà di stimolare la crescita cellulare . Inoltre sia l’insulina che che lIGF possonoi innescare i fenomeni di infiammazione. E stimolare la crescita delle cellule tumorali (1)
Ognuno di noi quindi è libero di scegliere se diminuire il consumo alimentare di zuccheri e farine bianche agendo in questo modo sul tasso di produzione di insulina e IGF:
In uno studio canadese-statunitense, Susan Hankinson dell’Università di Harvard ha dimostrato che fra le donne sotto i cinquanta anni quelle con tassi molto alti di IGF correvano un rischio sette volte maggiore di contrarre il cancro al seno rispetto a quelle con  tassi ridotti. L’alto indice glicemico dell’alimentazione è inoltre associato al tumore del Pancreas , del colon e delle ovaie (2)
Nel 2009 lo studio di Women’s Health Initiatyive condotto negli USA su oltre centomila donne ha confermato il nesso tra maggiore tasso di insulina nell’organismo e maggior rischio di tumore al seno. Le donne che presentavano concentrazioni di insulina più elevate anche se non erano diabetiche presentavano rispetto a quelle con tassi di insulina più bassi, un rischio di circa il doppio di sviluppare un tumore al seno.(3)
Sembra proprio che molti studi scientifici puntino ormai il dito contro gli zuccheri raffinati e le farine bianche!!!.
Ognuno di noi quindi è libero di scegliere se diminuire il consumo alimentare di zuccheri e farine bianche agendo in questo modo sul tasso di produzione di insulina e IGF.

             1)Grothey e coll.  –The role of insulin-like growth factor-I-and its receptor in cell growth, trasformation, apoptosis,and chemoresistence in solid tumors” In Journal of Cancer researche Clinical Oncology -1999). 125 pp.166-73      
              2) Hankinson e al. “ circulating concentrations of insulin-like growth factor-I and risk of breastcancer”  The Lancet (1998) 351 pp1393-96
         3)       Gunter M.J. e al. “ Insulin,insulin-like growth factor-I,and risk of breast cancer in postmenopausal women”-Journal of the NationalCancer Institute ( 2009) pp.48-60


A  A cura del Prof. Massimo Vergine  - www.senologia.eu

Tumore al seno, l’importanza dell’autopalpazione. Incontro all’Aou di Ferrara

Ferrara, 16 aprile 2018 – “Autopalpazione: perché, come e quando utilizzare il primo strumento di ‘prevenzione’ del tumore al seno” è il titolo dell’iniziativa, organizzata dal PDTA Mammella, che si terrà mercoledì 18 aprile dalle ore 15.30 alle 17.30 presso la sala riunioni della Medicina Nucleare (T.01.07) al 2C0 dell’Ospedale di Cona.
L’incontro, aperto a tutta la popolazione, sia maschile che femminile, è organizzato nell’ambito delle iniziative di (H)Open Week 2018 in occasione della Giornata Nazionale della Salute della Donna.
L’autopalpazione è il primo strumento di ‘prevenzione’ del tumore del seno. Si tratta di un test di autovalutazione, semplice da apprendere e da eseguire, nonché privo di costi, che rappresenta in realtà un’arma fondamentale nella prevenzione del tumore al seno.
Dovrebbe essere insegnata sistematicamente a tutte le giovani donne, in modo che, a partire dai 20 anni, possa essere eseguita da ognuna, a cadenza mensile, una settimana dopo la fine delle mestruazioni. La natura dei noduli può essere benigna (fibroadenoma, cisti) o maligna (carcinoma). Questi ultimi rappresentano lesioni pericolose, in quanto possono progredire e divenire infiltranti o invasive, ossia coinvolgere i tessuti vicini al seno o altri organi del corpo.
Il tumore al seno è la neoplasia più diffusa nella popolazione femminile. La possibilità di cura e guarigione dipendono, oltre che dalle caratteristiche biologiche della lesione, dallo stadio in cui la neoplasia si trova al momento della diagnosi. L’assoluta maggioranza dei tumori identificati in stadio iniziale, nella quasi totalità dei casi, sono guaribili con trattamenti specifici. Da qui la tassativa necessità di aderire alle tecniche di prevenzione che abbiamo a disposizione.
La diagnosi precoce è possibile soprattutto per la diffusione su larga scala dei programmi di screening mammografico, che nella nostra regione è rivolto a tutte le donne dai 45 ai 74 anni. Lo screening mammografico deve essere accompagnato/supportato dall’autopalpazione del seno, che ogni donna deve praticare con l’obiettivo d’imparare a conoscere la struttura e l’aspetto generale della propria mammella, e quindi permettere di cogliere precocemente qualsiasi cambiamento insolito rispetto alla fisionomia di base della stessa. L’autopalpazione non si sovrappone e tantomeno sostituisce lo screening della mammella, ma lo affianca.
L’obiettivo dell’evento: “Autopalpazione : perché, come e quando utilizzare il primo strumento di ‘prevenzione’ del tumore al seno.” è proprio quello di insegnare in maniera semplice e pratica la tecnica dell’autopalpazione.

Komen, maratona contro il cancro al seno: «La prevenzione salva la vita»

Le attrici Crescentini e Villoresi protagoniste dello spot della Race for the cure 2018.,in programma dal 17 al 20 maggio. L’associazione Komen gira l’Italia con le cliniche mobili per fornire visite gratuite

Race for Cure 2018 .Quest'anno la maratona a favore della lotta al tumore al seno organizzata dall'associazione Susan G. Komen viene presentata da uno spot a firna di Francesca Archibugi. Altri due spot sono presentati da Carolina Crescentini e Pamela Villoresi.

 L’organizzazione, che dal 2000 ha raccolto 15 milioni di euro, con le cliniche mobili gira l’Italia fornendo informazioni e visite gratuite alle donne che per paura, mancanza d’informazione o possibilità, non si sottopongono agli screening. Basterebbe una mammografia ogni anno dai 40 anni in su, e un’ecografia almeno una volta ogni due a partire dai 20 anni: «Oltre ad aumentare la possibilità di guarigione - spiega il professor Riccardo Masetti, presidente dell’Associazione - la diagnosi precoce dà la possibilità di essere curate con procedure meno invasive. La sfida è quella di intercettare i tumori ancora prima che diventino visibili». Ne è testimone Claudia, seduta tra il pubblico: «Sono una delle donne salvata da Masetti», dichiara . 

La Race for the cure si svolgerà a Roma dal 17 al 22 maggio, a Bari dal 25 al 27 maggio, a Bologna dal 21 al 23 settembre e a Brescia dal 5 al 7 ottobre 

Cos'è lo screening ginecologico e linee guida del Ministero della Salute

Cos'è lo screening ginecologico e linee guida del Ministero della Salute

Screening ginecologico, cos'è? Quali sono le linee guida del Ministero della Salute per gli esami gratuiti previsti in Italia.


Cos'è lo screening ginecologico? E' uno strumento utile per la prevenzione delle patologie a carico del collo dell'utero, ma anche delle ovaie, delle tube, dell'endometrio. Il tumore del collo dell'utero è al quinto posto per incidenza, subito dopo il cancro al seno, il tumore del colon retto, il cancro del polmone e quello dell'endometrio.
I controlli periodici sono il miglior strumento di prevenzione che possiamo utilizzare. Quali sono gli screening ginecologici che vengono consigliati alle donne? E quali sono le linee guida del Ministero della Salute?

Screening ginecologici e linee guida


Le linee guida del Ministero della Salute per gli screening ginecologici individuano principalmente quattro patologie da tenere d'occhio: per ognuna di esse sono previsti degli esami diagnostici volti a diagnosticare eventuali malattie con diagnosi precoci che aumentano le possibilità di poter guarire.

  • Per la prevenzione del tumore della cervice uterina le linee guida consigliano di eseguire un pap test ogni anno dai primi rapporti sessuali. E' un esame semplice, che non è doloroso: solo un po' di fastidio, niente di più.

  • Per la prevenzione dei tumori dell'utero e delle ovaie bisogna eseguire ogni anno una visita ginecologica di controllo, così come un'ecografia transvaginale.

  • Per la prevenzione del cancro al seno bisogna eseguire uno studio clinico senologico ed ecografico dopo i 25 anni, mentre dai 40 anni in poi lo strumento migliore per la prevenzione è la mammografia insieme all'ecografia mammaria.

E' sempre bene sottoporsi allo screening ginecologico, facendo controlli annuali di routine per scongiurare eventuali malattie. Ovviamente se notate sintomi particolari, rivolgetevi sempre al vostro ginecologo di fiducia.
Se non siete ancora state inserite dal vostro medico di base nel programma di screening, chiedete di poter accedere a questi esami gratuiti.

Cancro al seno triplo negativo, carboplatino utile nella chemioneoadiuvante


Il carboplatino dovrebbe essere considerato come un potenziale componente della chemioterapia neoadiuvante per le donne che hanno un carcinoma mammario triplo negativo ad alto rischio, indipendentemente dallo stato mutazionale dei geni BRCA 1/2. A suggerirlo sono i risultati dello studio multicentrico internazionale BrighTNess, da poco pubblicato su The Lancet Oncology.



Il carboplatino dovrebbe essere considerato come un potenziale componente della chemioterapia neoadiuvante per le donne che hanno un carcinoma mammario triplo negativo ad alto rischio, indipendentemente dallo stato mutazionale dei geni BRCA 1/2. A suggerirlo sono i risultati dello studio multicentrico internazionale BrighTNess, da poco pubblicato su The Lancet Oncology.

"Lo studio BrighTNess ha confermato l'importanza di aggiungere il carboplatino a paclitaxel nel carcinoma mammario triplo negativo, indipendentemente dalla presenza o meno di una mutazione germinale di BRCA 1/2” ha dichiarato la prima firmataria dello studio, Sibylle Loibl del German Breast Group di Neu-Isenburg.

BrighTNess è un trial di fase III randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, al quale hanno preso parte 145 centri di 15 Paesi e che ha coinvolto 634 donne con un carcinoma mammario triplo negativo in stadio II-III, non trattate in precedenza e candidate per una chirurgia pontenzialmente curativa.

Le partecipanti avevano un performance status ECOG pari a 0 o 1, un'età mediana di 50 anni, il 15% era potatrice di mutazioni deleterie di BRCA 1/2, il 72% aveva un tumore T2 e il 42% presentava linfonodi positivi.

La Loibl e i colleghi hanno assegnato casualmente le pazienti in rapporto 2: 1: 1 al trattamento per 12 settimane con uno dei seguenti tre regimi: paclitaxel (80 mg/m2 ev settimanale per 12 volte) più carboplatino (AUC 6 mg/ml/min, ev ogni 3 settimane, per 4 cicli) più l’inibitore di PARP veliparib (50 mg per via orale due volte al giorno); paclitaxel più carboplatino più un placebo; il solo paclitaxel più un placebo.

In seguito, tutte le partecipanti sono state trattate con doxorubicina e ciclofosfamide ogni 2-4 settimane per 4 cicli.

Complessivamente, il 49% delle pazienti ha raggiunto una risposta patologica completa nei campioni di mammella e nei linfonodi resecati.

La percentuale di risposta completa è risultata superiore nel gruppo trattato con paclitaxel, carboplatino e veliparib rispetto a quello trattato con il solo paclitaxel (53% contro 31%; P < 0,0001), ma il regime più efficace si è rivelato quello a base di paclitaxel più carboplatino (58%; P = 0,36).

Tuttavia, le tossicità di grado 3 o 4 e gli eventi avversi gravi sono risultati più frequenti nelle pazienti trattate con carboplatino, mentre veliparib non ha aumentato la tossicità in modo sostanziale.

Ciononostante, scrivono gli autori nelle conclusioni, “le tossicità aggiuntive correlate all’aggiunta del carboplatino (con o senza veliparib) a paclitaxel sono risultate gestibili e non hanno influito in modo sostanziale con la somministrazione del trattamento”.

Complessivamente, gli eventi avversi di grado 3 o 4 più comuni nelle prime 12 settimane di trattamento sono stati neutropenia (56%), anemia (29%) e trombocitopenia (12%), mentre la neutropenia febbrile è stata l’evento avverso più comune (15%) durante il trattamento con doxorubicina e ciclofosfamide.

"Dati i risultati coerenti con quelli di studi precedenti, l'aggiunta di carboplatino sembra avere un profilo rischio-beneficio favorevole e potrebbe essere considerata come un potenziale componente della chemioterapia neoadiuvante per le pazienti con carcinoma mammario ad alto rischio e triplo negativo" concludono Loibl e i colleghi.

"È sorprendente che i risultati non supportino l'aggiunta dell'inibitore di PARP veliparib, al dosaggio e con la schedula utilizzati in questo studio" commenta Giuseppe Curgliano, dell'Università di Milano, autore di un editoriale di commento.

"Dal punto di vista della medicina personalizzata, i prossimi studi su pazienti con carcinoma mammario triplo negativo dovranno individuare terapie differenziate in base ai diversi sottogruppi molecolari definiti per questa patologia, che sono altamente eterogenei" sottolinea l’esperto.

"Il sottotipo basal-like (BL1 e BL2) - che è più frequente nelle pazienti con carcinoma mammario triplo negativo di grado superiore, più responsivo alle chemioterapie, e si sviluppa frequentemente in presenza di funzioni di segnalazione e riparazione del DNA aberranti - è quello per cui l'integrazione degli inibitori di PARP nella terapia potrebbe rappresentare un valore aggiunto" spiega Curigliano

"Ciò che è ancora non si sa" osserva, infine, l’editorialista "è se l'aggiunta di un potente inibitore di PARP alla monoterapia con platino nel setting neoadiuvante possa aumentare la percentuale di pazienti che raggiungono una risposta patologica completa, o quale schedula e dose ottimali dovrebbero essere utilizzate nei prossimi studi in cui si valuteranno questi agenti".

S. Loibl, et al. Addition of the PARP inhibitor veliparib plus carboplatin or carboplatin alone to standard neoadjuvant chemotherapy in triple-negative breast cancer (BrighTNess): a randomised, phase 3 trial. Lancet Oncol. 2018; doi: https://doi.org/10.1016/S1470-2045(18)30111-6

La Mastopatia Fibrocistica-diagnosi e trattamento


La mastopatia fibrocistica



Il termine mastopatia fibrocistica è un termine molto generico ( talvolta vengono usati i termini di displasia mammaria, mastite cronica , mastosi cistica), per indicare un gruppo di alterazioni della mammella che possono comparire isolate o associate tra loro , che interessano sia il tessuto ghiandolare che il tessuto stromale .
La mastopatia fibrocistica ha massima incidenza tra i 35 e i 45 anni , durante la seconda metà del periodo fertile della donna e dopo la menopausa tende ad una progressiva perdita di attività.
Clinicamente la mastopatia fibrocistica è nella sua fase conclamata, caratterizzata  dalla comparsa di noduli variabili in numero e dimensioni( dalla cisti isolate da pochi millimetri ad alcuni centimetri, alle classiche numerosissime micronodulazioni nel contesto di addensati ghiandolari fino a configurare la sensazione tattile di palpare “pallini di piombo” , molto spesso associate a senso di tensione mammaria con dolorabilità spontanea o alla palpazione.
Questo quadro talvolta può variare in relazione al ciclo mestruale ,a confermare l’importanza dell’influenza estro-progestinica sul tessuto mammario.
Dal punto di vista anatomo-patologico nella mastopatia fibrocistica inizialmente si apprezzano soprattutto cisti di dimensioni millimetriche , e talvolta associate a cisti di dimensioni maggiori, con epitelio in metaplasia apocrina: successivamente tende a comparire, ed ad aumentare nel tempo, una fibrosi stromale in conseguenza di ripetuti micro focolai infiammatori pericistici, tali processi patologici si associano ad alterazioni sia di tipo proliferativo che non proliferativo a monte delle dilatazioni cistiche stesse ,vera causa della mastopatia fibrocistica.
Si distinguono tre gruppi di condizioni in grado di provocare la mastopatia fibrocistica :
a       lesioni  non proliferative
b        lesioni proliferative senza atipia
c         lesioni proliferative con iperplasia atipica


Lesioni non proliferative
Sono presenti nel 70% delle biopsie eseguite per mastopatia fibrocistica
Tale gruppo comprende
-CISTI SEMPLICI ,  neoformazionin a contenuto liquido, di dimensioni variabili, da microscopiche a grosse masse palpabili, derivate dalla dilatazione dei lobuli dei dotti terminali.
In realtà la dilatazione cistica del lobulo rappresenta il momento finale di un meccanismo patogenetico in grado di provocare ostruzione a monte del lobulo stesso, quasi sempre a livello di un dotto terminale, con successiva stasi di secreto che non potendo essere riassorbito lungo le arborizzazioni del lobo ghiandolare, ristagna a valle dell’ostruzione provocando, con le variazioni ormonali periodiche, la graduale distensione del lobulo.
Nelle giovani donne talvolta puo aversi una risoluzione rapida del quadro clinico con scomparsa pressoche totale delle cisti quasi sempre con le mestruazioni e quindi con la caduta degli ormoni circolanti, senza che si renda necessario alcun intervento o biopsia.
ALTERAZIONI PAPILLARI:
Sono caratterizzate da una proliferazione papillare dell’epitelio dei dotti, spesso plurifocale, a determinare l’ostruzione del dotto e la successiva dilatazione cistica
IPERPLASIA TIPICA , dell’epitelio dei dotti caratterizzata da una proliferazione in più di due ma meno di quattro strati dell’epitelio del dotto che viene ridotto in modo critico di calibro mantenendo una modesta pervietà.
 Le pazienti con lesioni non proliferative, confrontate con la popolazione femminile generale, non presentano un aumnento del rischio di sviluppare un cancro.

Lesioni proliferative senza atipie
In tale gruppo sono comprese
IPERPLASIA TIPICA MODERATA O FLORIDA caratterizzata da proliferazione intraduttale di cellule epiteliali a formare più di quattro strati di cellule con tendenza a formare ponti o aggregati papillari e ad occludere irregolarmente ed incostantemente il lume duttale. Tali cellule conservano aspetti di assoluta benignità per forma, dimensioni e orientamento
ADENOSI SCLEROSANTE, che si può manifestare come massa palpabile ,   in addensato nodulare , a margini indistinti e consistenza aumentata.


Lesioni proliferative con iperplasia atipica
In tale gruppo rientrano lesioni che possiedono alcuni aspetti, ma non tutti, del carcinoma in situ duttale (DCIS) o lobulare (LCIS).
Clinicamente tale situazione è indistinguibile da altra patologia , potendosi manifestare con masse palpabili isolate aspecifiche fino ad aspetti a tipo mastopatia fibrocistica.
Istologicamente l’iperplasia atipica può interessare sia l’epitelio dei dotti che l’epitelio dei lobuli; la diagnosi differenziale con il carcinoma in situ pone seri problemi all’anatomo-patologo.
Il rischio di sviluppare un cancro invasivo è da 3 a 5 volte maggiore rispetto alla popolazione generale, ancor più se vi e familiarità.
La scarsa evidenza clinica ed il rischio neoplastico deve suggerire nei casi di iperplasia atipica stretti controlli ecografici e oltre i 40 anni anche mammografici.
Nei casi sospetti sarebbe meglio intervenire chirurgicamente .

In conclusione , almeno il 70% delle donne con mastopatia fibrocistica indotta da lesioni non proliferative non è a rischio di sviluppare un carcinoma mammario.

Nel restante 30% dei casi il rischi di sviluppare un cancro è da 2 a 4 volte superiore rispetto alla popolazione normale: tale rischio è particolarmente significativo nelle donne con iperplasia atipica e in quelle con storia familiare di cancro mammario.

Da i Tumori della Mammella - Smit edizioni

per approfondimenti vai su  www.senologia.eu  a Cura del  Prof. Massimo Vergine


Mammelle tuberose: cause e tecnica chirurgiche di correzione

La mammella tuberosa  è una malformazione di sviluppo ghiandolare così chiamata per la somiglianza con una radice tuberiforme.
La base della mammella è ridotta sia nel diametro orizzontale che nel diametro ventrale e durante lo sviluppo si proietta in avanti ma non raggiunge la caratteristica di mammella normale.
I primi chirurghi che negli anni 70 hanno studiato la malformazione della mammella tuberosa dal punto di vista anatomico hanno concluso sulle seguenti alterazioni
1) ipertrofia del complesso areola-capezzolo
2) pseudoerniazione del contenuto mammario attraverso l'areola
3) ipoplasia mammaria frequentemente associata ad asimmetria
4) restringimento verticale con riduzione del diametro super-inferiore della base della mammella
5) restringimento del diametro trasversale della base della mammella

Possibili cause del seno tuberoso

Durante l'età puberale con lo stimolo ormonale si verifica di solito lo sviluppo della mammella sia della base che della proiezione in avanti.
Secondo molti chirurghi la causa principale si fa risalire ad una malformazione della fascia superficiale soprattutto nel polo inferiore che provocherebbe delle aderenze tra derma e piano muscolare.
Tale anomalia crea un anormale sviluppo della mammella nella sua base, e quindi l'accrescimento avverrebbe prevalentemente in avanti causando la forma tuberosa e l'allargamento dell'areola.
In alcuni casi si verifica anche l'erniazione della ghiandola attraverso l'areola.

Classificazione delle mammelle tuberose

Nel corso di questi ultimi anni si è cercato di dare una classificazione in base al grado delle anomalie presenti nella mammella tuberosa con le seguenti 4 classi
Tipo 1) Ipoplasia del quadrante infero-interno
Tipo 2) Ipoplasia dei quadranti infero-interno ed esterno con sufficiente cute nella regione sotto-areolare.
Tipo 3) Ipoplasia dei quadranti infero-interno ed esterno con insufficiente cute nella regione sotto-areolare
Tipo 4) restringimento mammario grave. base mammaria molto piccola.

Tecnica chirurgica per le mammelle tuberose


Nel corso degli anni sono state proposte numerose tecniche per la correzione chirurgica delle mammelle tuberose.
Le tecniche attualmente più seguite tendono comunque a correggere la deformità dovuta all'anello costrittore tramite un confezionamento di un lembo dermo-adiposo-ghiandolare a peduncolo inferiore.
In caso ci sia un ipoplasia mammaria si può inserire una protesi mammaria al gel coesivo di silicone.
In quasi tutti i casi viene ridotta il diametro dell'areola praticando una sutura periareolare a "borsa di tabacco" in nylon.


Informazioni sulla mammella tuberosa

Per ulteriori  informazioni e appuntamenti
Prof. Massimo Vergine
           
http://www.mastoplasticaroma.com/1/mammella_tuberosa_2487339.html


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Test OncotypeDX per scelta chemioterapia tumore della mammella

Il tumore al seno è una malattia potenzialmente grave se non è individuata e curata per tempo. È dovuto alla moltiplicazione incontrollata...